di Mauro Minervini

 
     
 

el 2005, girellando per gli stands dell’EXA, Lucio Balbo  ed io ci imbattemmo in un singolare personaggio: baffi e capelli alla Einstein, un bel sorriso, occhi vispi ed attenti dietro le lenti. Soprattutto, cosa sempre meno frequente, educato e simpatico. Maurizio Cairola, questo è il suo nome, era circondato da piccole grandi cose, assolutamente fuori dal comune per finezza e tipologia.

 
  Raffinatissimi kit di pulizia inglesi e splendide  cassette portafucili d’epoca, ulteriormente nobilitati da grandi nomi dell’archibugeria classica, ed una serie di accessori che immediatamente accesero la nostra  curiosità. Oggetti belli come  quelli degli anni d’oro dei fucili Belgi ed Inglesi, col profumo delle cose fatte da chi è certo che una cosa bella possa essere anche buona e che ad una cosa buona sia preferibile dare anche una valenza estetica.  
  Era evidente che si trattasse di cose recenti, ma solo perché troppe e troppo ben tenute per essere antiche; in effetti, uscivano, e fortunatamente ancora escono, dal laboratorio di Maurizio.  
  Due parole, lo scambio di biglietti da visita, la promessa di andarlo a trovare per vedere, fotografare, scrivere -forse con un po’ di affettuosa invidia- di lui e della sua passione (hobby sarebbe affatto riduttivo) divenuta lavoro.  
 

Lo vado a trovare, con un amico in un  bel mattino di maggio.

Lasciata la superstrada, comincio ad arrampicarmi alla volta di un paesino Umbro, Civitella del Lago, che sembra lo scenario di uno scontro tra il Barbarossa ed i Liberi comuni..

 
  E quando raggiungo questo delizioso borgo, mi sembra di essere sbarcato in un’altra era.  
     
 

 
     
   
       
   
     
  Il centro di Civitella è interamente costituito di antiche abitazioni, risalenti ai primi secoli del millennio scorso. Le case in pietra, i vicoli stretti e tortuosi lastricati di vecchi sassi di fiume, il vecchio pozzo “romano” il tempo sembra prima essersi  improvvisamente  fermato, poi tornato indietro.  
  Ci incontriamo con Maurizio, due chiacchiere ed un caffé mentre ci accompagna alla sua officina  Due passi tra case in pietra e mattoni a vista, tra incredibili scorci, poi un terrazzo antico come il tempo che ci sorprende con un panorama mozzafiato; Il lago di Corbara, in lontananza la rocca tufacea di Orvieto.  
     
 

 
     
  Su questa terrazza, sospesa nell’aria cristallina e nel tempo, si apre la porta dell’officina di Maurizio. Sarei tentato di chiamarla “studio” o “laboratorio”, ma lui, con l’orgoglio di chi ama dar corpo con le  mani  alle idee ed alle intuizioni del proprio cervello, la vuol chiamare proprio così, “officina”.  
Lo studio, il laboratorio, erano probabilmente quelli dove esercitava la propria attività, intellettuale, di chimico; questa è l’opificio, il luogo ove Maurizio interpreta solo se stesso, le sue  regole, la sua passione per le belle cose e le belle armi.
  Entriamo, e la macchina del tempo sembra essere di nuovo in funzione; non siamo più nell’Italia dei Feudi e dei Comuni, siamo nella “bottega” di un artigiano Inglese  del XIX secolo. Siamo nel Regno di Maurizio.  
     
 

 
     
  Qui vorrei fare una considerazione personale, certo opinabile ma probabilmente non infondata.  
  La tradizione della grande archibugieria,   pur evolvendosi e mutando in relazione al diverso contesto socio culturale con le mutazioni del  quale ogni attività deve confrontarsi,  si è mantenuta viva e vitale, ma  la relativa accessoristica non ha mantenuto il passo. E addirittura, mentre la fabbricazione dei fucili fini ha subito -in termini assai ristretti-  una certa evoluzione, non possiamo dire generalmente altrettanto per quanto riguarda la relativa oggettistica.  
  Troppo di frequente  nelle valigette -spesso splendide a volte meno- che custodiscono i capolavori -anche essi a volte tali solo in astratto-  dei grandi Archibugieri , compaiono degli accessori assolutamente non compatibili, per classe, finezza d’esecuzione e scelta dei materiali, col fucile cui sono destinati.  
  Maurizio conserva, con un pizzico di ironia, una bacchetta old style, recante il marchio di uno dei più mitici gunmakers. Forme classiche, altrettanto tradizionali i colori  
  Peccato sia in purissimi nylon e plastica  
  E questo non dipende tanto dal fabbricante quanto dal mercato.  
     
  Chi si fa costruire uno fucile  del valore ( a volte semplicemente del costo ) di molte decine o di alcune centinaia, di migliaia di Euro, non sempre è interessato al suo utilizzo.  
  Mirini in diamante, incisioni a soggetto erotico, calci rutilanti  come la guepiére di una ballerina d’avanspettacolo, generalmente non denotano l’intenzione di far dell’arma un uso istituzionale, quanto quella di farne mostra ed esibizione.  
  Il kit di pulizia dedicato all’arma specifica  non ha, in questi casi, grande ragione di essere.  
  Potrà ben  essere, dunque, di livello inferiore allo schioppo che dovrebbe accudire; il suo destino è, spesso, quello di restare nell’armadio, insieme alla valigetta che lo contiene, mentre magari  nella vetrina farà bella mostra di sé un altro kit, anche esso  dalla grande storia  e senza futuro.  
  A Maurizio, tutto questo non piace.  Da anni raccoglie in tutto il mondo, con amorevole passione, cose belle  che in genere riguardano il mondo delle armi  
     
 

 
       
 

 
       
  Con eguale passione ha affrontato la sfida di creare anche lui qualcosa di suo, seppure innegabilmente, direi necessariamente, ispirato agli schemi classici.  
  Il nostro amico  è un perfezionista e la cosa è aggravata, per così dire, dal suo innato buon gusto.  
  Quindi ha preso a modello quanto di più raffinato e nel contempo tecnicamente rispondente abbia trovato e non si è limitato a copiarlo, per quanto bene. Ne ha invece tratto ispirazione, trasfondendo il proprio gusto e la grande passione   in ognuno dei  piccoli grandi oggetti che crea.  
     
 

 
 

un roll set di Maurizio

 
     
  Un esempio: tra gli oggetti di squisita fattura che ha raccolto in giro per il mondo c’é una bacchetta di pulizia. Bella, in ebano ed alpacca. A prima vista, sembra semplicemente una  bacchetta ricavata , con cura, da ottimi materiali. Ma a ben guardare, sulla parte metallica di giunzione degli elementi, sono riportati gli estremi di un brevetto  
  La giunzione non è a vista, ma è realizzata tramite un manicotto filettato nel fondo, dentro il quale di avvita , a scomparsa, il “maschio” della filettatura. La giunzione è molto più solida ed altrettanto più bella di quella normale.  
     
 

 
     
   
     
     
  Gestire con passione e, direi, con rispetto un’attività del genere è veramente un’impresa complessa; ce ne siamo resi pienamente conto solo nel suo laboratorio  
  Prima difficoltà, la scelta ed il costo dei materiali.  
 

L’avorio; che Maurizio usa raramente, per piccoli particolari, anche per gli adempimenti burocratici connessi al possesso ed all’utilizzo di questo prezioso materiale.

 
     
 

 
 

salvapercussori in avorio e jigs portapezzuola in bois de rose

 
     
 

 
 

bacchette in ebano

 
     
  I legni, che sono l’Ebano ( il cosi detto “bois de fer”, legno di  ferro); vero ebano nero come il carbone, pesante come il piombo, resistente come il ferro.  
  Il Bois de Rose, Legno di Rosa, dalle venature delicate e sanguigne, di incomparabile eleganza e finezza, il Palissandro, dai caldi toni marroni e rossicci, a volte tanto scuro da sembrare ebano venato, il Bosso, duro e   chiaro, resistentissimo. Maurizio li acquista in tavole, lo riduce in listelli della grandezza desiderata, li lascia stagionare anni. Al costo iniziale si aggiungono quello degli scarti e della lunga immobilizzazione di capitali.  
  Il corno; quello dei bovini nostrani è cavo, quindi non  si presta  a ricavarne  oggetti come i manici delle bacchette o le scatolette porta percussori di ricambio; si utilizza per questi scopi l corno di bufalo d’acqua, proveniente dall’India; ma non tutti i bufali d’acqua hanno corna di colore e consistenza idonea a produrre oggetti della massima finezza; e, tanto per rendere le cose ancora più complesse, non solo le appendici frontali della femmina sono più idonee all’uopo di quanto non lo siano quelle del maschio, ma alle varie sottospecie corrispondono particolari caratteristiche di colore,venatura e pastosità.  
     
 

 
 

cacciaviti con manico in corno di diverse varietà

 
     
  L’ottone, l’alpacca, il peltro;  
     
 

 
 

set in peltro inciso da Stefano Muffolini nei quattro stili: H&H, Purdey, classico e barocco

 
     
  gli scovoli, acquistati grezzi, in verità già piuttosto gradevoli,  all’estero e sottoposti a mille “trattamenti di bellezza” perché  siano degni degli oggetti che li contornano. I godroni che ornano moltissimi di questi splendidi oggetti sono, come tutto quello che ti circonda nell’officina di Civitella, frutto di un lavoro certosino, che parte  dal reperimento degli attrezzi  idonei (spesso fabbricati appositamente in Inghilterra, a prezzi ed in quantità spropositati perché la produzione abbia una giustificazione economica ).  
 

I prodotti per il trattamento dei materiali sono  selezionati con cura maniacale; dalla  sottilissima polvere di pomice per le lucidature alla gomma lacca che non crea depositi, e che viene diluita con l’alcol puro per evitare l’ opacità data dai residui acquosi di quello denaturato.

 
  Alla lavorazione di queste splendide cose sovrintende, e partecipa, Maurizio, coadiuvato dal fedele amico-collaboratore Fortunato.  
     
  Dalle loro mani, dall’interminabile accudire le loro creature con paste da lucidatura, tele e carta abrasiva, nascono  dei piccoli grandi capolavori di funzionalità,classe e gusto;  
     
   
     
   
     
  quello che esce dalle loro mani viene poi arricchito dal bulino di uno dei grandi incisori moderni, quello Stefano Muffolini  incisore di riferimento di alcune delle più importanti botteghe d’armi della Val Trompia. Così come alcune dei grandi archibugieri della valle si riferiscono alla Bottega Cairola per gli accessori della produzione di maggior pregio.  
     
 

Anche i piccoli particolari, come le cifre sulle bacchette, il nome sugli snap caps, le cose apparentemente meno importanti nascono dal  bulino del grande incisore. Perché per il nostro le cose belle sono tutte sempre egualmente importanti. Chapeau, Maurizio! Anzi: chapeau, Maestro!

 
 

La giornata volge al termine, torniamo a casa. Saliamo in macchina, all’uscita del paese un ragazzo in motorino sfreccia rombando, un clacson turba la quiete della sera. La macchina del tempo ci sta portando indietro.

 
     
 

 
     
 

 
     
     
 
 
 

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