beccaccini in salita  
   
   
   
   
       
  di Mauro Minervini  
       
       
  a giornata del 25 gennaio non sembrava essere nata sotto i migliori auspici. Avevo brillantemente superato i soliti problemi di riempimento della valigia, decidendo di indossare la pesantissima giacca che avevo preparato in considerazione dell’abbondante quanto insolita nevicata caduta nella nostra zona di caccia.  
  Contavo comunque su un cambio leggero che ormai da tempo ho lasciato nella mia seconda patria per il caso di una repentina, frequentissima in Eire, mutazione delle condizioni atmosferiche.  
     
  anascault sotto la neve  
  Il lago e la valle di Anascault sotto la neve  
     
  Avevo poi dovuto risolvere in modo drastico, ed apparentemente negativo, un altro importante problema. Per quante cassette avessi cambiato, mi risultava impossibile mantenere il peso delle munizioni entro il fatidico limite di 5 Kg; in effetti, se si considera che un idoneo contenitore in metallo pesa oltre 1 Kg ed una cartuccia media 55 grammi, caricarne più di 60-70 su un aereo è impresa improbabile. Avevo pertanto deciso di lasciare a casa le mie cartucce e mantenere la promessa fatta a Pietro, portare due pacchi di “Casciano Sporting” da 65 mm. per il suo vecchio, splendido Lebeau-Courally. Avrei utilizzato nella mia meno nobile Sarasqueta, un po’ controvoglia, munizioni commerciali reperibili in loco. L’armeria Minnetti che ha ereditato il prestigiosissimo marchio di Casciano ha seguitato a lavorare sulla “sporting”,modificando sulla confezione il solo nome. Si tratta di una cartuccia che ha marcato le avventure venatorie mie e di tre o quattro generazioni di cacciatori Romani e non (è stata per decenni ed è ancora tra le pochissime idonee ai vecchi fucili con camera da 65 mm; e, soprattutto, svolge egregiamente il proprio lavoro)  
     
  sporting originali sporting attuali  
  Le Sporting originali degli anni '80 e le loro attuali eredi  
     
 

Per quanto abbia intensamente praticato la caccia in Irlanda negli ultimi dieci anni, la cosa mi eccita ancora come la prima volta e mi faccio regolarmente prendere dall’agitazione; quindi, col ceck in previsto per le 18, arrivo all’Aeroporto Leonardo da Vinci alle 16. Disbrigo le formalità, al posto di Polizia sono cortesi ed efficienti come sempre; anche la “sicurezza “ del Leonardo oggi è in forma, riesco a consegnare il fucile senza patemi, arrivo con tutta calma al cancello d’imbarco, parto in orario. Il viaggio procede regolarmente tra sobbalzi e scossoni dovuti a questo piovosissimo inverno ed atterriamo in anticipo a Cork, con un noioso vento di traverso che fa traballare l’aereo e sbiancare qualche passeggero meno abituato a volare confrontandosi col “rough Irish weather”.

 
     
 

Anche qui (ma questa non è una sorpresa) le operazioni di controllo dell’arma sono velocissime, come il recupero del bagaglio. Faccio tanto presto che incontro il pur puntualissimo “ Sabaudo”, l’amico Pietro, sulla porta d’uscita mentre arriva in anticipo, e quindi con tutta calma.

 
     
 

Saliamo in macchina, ed il tempo mi rassicura: sono in Irlanda, non ho sbagliato volo. Tuoni, lampi, raffiche di vento e pioggia scrosciante mi accolgono come si conviene in questa tanto meravigliosa quanto umida Terra. La strada per “casa” richiede parecchio tempo, e quando finalmente mi infilo sotto il piumone nel “Ardrinane Bread & Breackfast”sono circa le due del mattino.

 
     
 

Avevamo già deciso di non cacciare durante il giorno successivo all’arrivo, lunedì 26; in parte perché cercare e sparare beccaccini e beccacce in palude e nel bosco richiede una certa forma fisica, un po’ per la filosofia che ispira queste battute di caccia. Il volume del carniere ci interessa molto relativamente, anche se naturalmente non risparmiamo gambe e polmoni per incontrare un buon numero di animali e facciamo di tutto per sparare dritto. Rifuggiamo, però, dall’”ansia da prestazione venatoria”. Non subiamo il mito delle carneficine, cerchiamo soprattutto di onorare il selvatico, il cane ed il suo lavoro. Il pingue carniere che compare in queste pagine (dal quale, per la verità e la cronaca, sono stati sottratti un fagiano e qualche scolopacide, ceduti in omaggio agli accompagnatori ) è il frutto di diverse giornate di caccia, ottenuto tirando esclusivamente sotto la ferma del cane, tranne che per la mattina del venerdì durante la quale abbiamo cacciato in battuta.
Certo, avremmo forse potuto anche raddoppiarlo partendo più presto, non fermandoci per uno spuntino, sparando anche a qualche colombaccio o a qualche animale “scanato” o partito a tiro forzato. Ma non è questo lo spirito che ci anima.

 
     
  carniere  
     
 

Il lunedì, come dicevamo, non si caccia; si fa un po’ di shopping e di turismo al mattino, sotto la pioggia insistente, poi nel pomeriggio raggiungiamo nella sua casa di Beaufort John Mangan.

 
     
 

Il simpaticissimo Irlandese mi accoglie festosamente, e mi mostra il trofeo, ancora in preparazione, del Red Irish Deer che ho abbattuto alla fine dello scorso settembre; non è un Kapital, comunque è un bel palco, molto robusto e regolare ...  me ne sento gratificato

 
     
  palcoCon John ed il trofeo del Red Irish Deer  
     
 

Ci raggiunge un gruppo di simpaticissimi colleghi francesi, clienti di John; tra loro un notissimo giornalista venatorio, quel Henry Joly che passa -a buona ragione- per grande esperto della beccaccia e della sua caccia.

 
     
 

Rispolvero il mio francese scolastico, Pietro -antica famiglia piemontese ed altrettanto antica familiarità con la lingua di Molière- lo parla bene e molto disinvoltamente, io sono parecchio arrugginito, ma mi salva la faccia tosta; ci facciamo una lunga chiacchierata, argomento ovvio beccacce, cervi, cinghiali, poi più whiskey va giù più si allargano gli orizzonti e si parla un po’ di tutto. A cominciare dai miei mugugni per averci regalato un Nizzardo che ha sconvolto il “mio” regno delle due Sicilie, ricambiati da quelli dei transalpini che si sentono imbarazzati da una signora Italiana della quale fingerò di non aver ben capito l’identità. Il cameratismo tra cacciatori viene cementato da un ottimo Borgogna e da un fastoso salame di cinghiale francese, cui affianchiamo (nouvelle cuisine ittico- venatoria gaelico-mediterranea o ignobile, innominabile pasticcio?) salmone, pesce azzurro affumicato e di tutto un po’. Ci salutiamo, ci scambiamo gli auguri di rito. Domani, la parola passerà ai cani ed ai fucili.

 
     
 

A proposito di fucili, Pietro ha un problema. Il suo Lebeau è disperso nei cieli del mondo, non è dato sapere se, dove e quando potrà recuperarlo. Userà il St. Etiènne cal 16 di John, una vecchia, vissuta doppietta che balla come un Irlandese al suono del Bodràn e del Thin Wistle, ma con la quale ha preso una certa dimestichezza. E le cartucce cal 12 da 65 mm, le “ Sporting” della mia giovinezza, le sparerò dunque io. Il che costituirà, come vedremo, una delle situazioni che hanno determinato il pieno successo di questa bellissima avventura.

 
     
 

Sveglia alle 7 e 30, abbondante Irish Breackfast, prima sorpresa positiva: non solo non piove, ma nel cielo c’è solo qualche paffuta nuvola, soffice e bianca come un ciuffo d’ovatta. Prendiamo comunque con noi degli indumenti impermeabili, che il bel tempo duri più di qualche ora è una scommessa che non ci sentiamo di sottoscrivere.

 
     
 

Partiamo da Anascault verso le 8 e 30 del mattino; in Irlanda, in questa stagione, è appena l’alba e inoltre, nelle abitudini venatorie dei figli di Eirin non rientra la caccia nelle ore a cavallo tra luce e buio. Durante la stagione è consentito insidiare la selvaggina in qualsiasi ora del giorno e della notte, ma le cacce da appostamento in genere e quelle “di posta”, all’alba ed al tramonto, non incontrano i favori degli Irlandesi. In effetti, l’abbondanza e la varietà di selvaggina sono tali che non avrebbe molto senso svegliarsi ad ore antelucane per incrementare il carniere di qualche capo.

 
 

Percorriamo parte del favoloso Ring of Kerry, immersi in un paesaggio fiabesco che,dopo decenni, riesce ancora a rapire il nostro sguardo.

 
     
   
  Raggiungiamo Killorgrin, dove John mi affida al giovane e collaudato amico Donald che ci accompagnerà con la bella Mist, giovane setterina tricolore di eccezionali carattere e qualità.  
     
  mist  
     
 

Andremo a cercare beccacce e beccaccini nella Black Valley, attorno alla sua casa avita, sulle colline dove in settembre ho abbattuto, sempre in sua compagnia, un buon cervo Sika. Si, a beccaccini in collina. Perché una delle caratteristiche di questa meravigliosa Irlanda è che non esiste praticamente pendenza che impedisca il ristagno dell’acqua. I beccaccini possono essere, e sono, dappertutto. E dappertutto camminare su questo tipo di terreno è durissimo. Macchia, cespugli di ginestra spinosa, ciuffi d’ erba e sassi coprono terra e torba ovunque parimenti intrise d’acqua e cosparse di pietre di ogni misura, costellate di buche mimetizzate nella vegetazione, nelle quali anche i locali cadono a volte sino alle ascelle. Camminare è comunque faticosissimo perché alle difficoltà della salita si sommano quelle della terra molle e fangosa che trattiene nella sua morsa piedi e caviglie e delle rocce, solo elemento stabilmente solido, ma eternamente bagnate e scivolose.

 
     
  rocce torba e ginestre  
  rocce, torba e ginestre  
     
 

La pioggia del giorno precedente ha lasciato posto ad un sole tiepido e splendente; sotto la sua luce, le pietre lustre d’acqua,l’erba e le foglie luccicano e risplendono come coperte d’argento e di gemme. L’acqua, l’ acqua che costituisce elemento essenziale del paesaggio, della vita e della caccia in questo paese incantato. Sgorga da ogni pietra, impregna il terreno, invade prepotente ogni panorama. La vita dell’Isola di smeraldo è legata, forse più che in qualsiasi altra parte del globo, a questo elemento

 
     
 

Percorriamo un primo tratto cespugliato, al bordo di un canalone ripido, le pareti coperte di alberi e fitto sottobosco. Sul fondo corre, schiuma, romba saltando da una roccia all’altra, un tumultuoso ruscello.

 
     
 

Mist svolge una cerca in stile di razza, veloce senza strafare, si vede che si fida in pari misura del proprio naso e del proprio istinto.

 
     
 

Il suo galoppo è potente, ma morbido. Felino, flessuoso come solo quello del setter inglese può e deve essere. Quando il suo olfatto percepisce il selvatico, sembra scivolare sul filo dell’emanazione, Scende, seguendola, tra le rocce. Si schiaccia in terra, guida, quasi toccando il terreno con lo sterno, si paralizza in una splendida ferma, seduta come dovrebbe fare ogni setter degno di questo nome. Il posteriore è flesso, quasi nella torba. La testa gettata in avanti, lievemente girata verso il selvatico, il collo, la schiena e la coda immobili lungo una sola linea. Dopo pochi secondi è ormai quasi indistinguibile tra le grandi, tondeggianti pietre, anch’esse bianche screziate di nero. Dalla mia parte non c’è passaggio, neanche Pietro - dall’altro lato del corso d’acqua- riesce a scendere. Donald si accosta a servire il cane, l’attesa è, non sembra, lunghissima. Almeno dieci o quindici minuti durante i quali Mist rimane perfettamente paralizzata tra grandi sassi rotondi. Tengo la doppietta pronta, le canne leggermente in alto, le braccia contratte, appena sollevate. La regina s’invola rumorosa -il frullo di queste beccacce suona secco e metallico, quasi come quello delle starne di un tempo - all’improvviso, troppo vicino a Donald ed a Mist per poterle sparare prima che si copra nella vegetazione, poi si impenna verso sinistra, scompare scartando tra alberi e cespugli, risale fulminea la spalla del letto ed esce a tiro della mia doppietta. La “vecchia” Sporting fa sentire la propria voce, e la prima beccaccia è in terra tra le spinose ginestre, a poche decine di metri da me. Resto fermo a marcare il punto, aspetto la setterina, che non tarda a sopraggiungere, ed indico a Donald dove farla cercare nel mare verde dei cupi cespugli rotto dal giallo splendente dei fiori. Un breve assaggiare l’aria, una ferma d’accertamento quasi impercettibile, e presto Mist torna verso di noi col lungo becco che ballonzola da un lato della sua bocca.

 
     
 

Si merita un “brava” ed una carezza. Donald, innamorato della caccia e del proprio cane, mi guarda fiero e declama nel suo italiano: “belle ferma, vero Maoro?” Sorrido, gli batto la mano sulla spalla: ha un gran cane, è giusto che gli si riconosca e che ne sia fiero. Pietro, abituato ormai da anni alle morbide cartucce da un’oncia, mi chiede “mamma mia che botto, che accidenti tiri?” Gli ricordo che, al contrario di qui, in Italia sparare(spesso al solo animale della giornata) una cartuccia soft è pratica sconsigliabile; io sono abituato da anni a queste cartucce e cambiarle per altre in una cacciata importante mi pare poco producente.

 
     
 

Poco dopo Mist è di nuovo in ferma

 
     
  in ferma  
     
  Percepisco, nettissimo, il frullo e una beccaccia s’incolonna, monta dritta verso di me lungo la spalla di macchia. La aspetto con molta, troppa calma, quando alzo il fucile si tuffa di nuovo in basso e la fucilata la manca di un buon metro. Ne troviamo ancora qualcuna lungo il torrente ed il bush di erica e ginestre, poi decidiamo di cercare beccaccini sopra casa di Donald. Su un passaggio difficile metto la doppietta in sicura, poggio di nuovo solidamente i piedi in terra, salta nell'erba la lepre, il fucile non spara. Peccato, sarà stranamente la prima e l’ultima a tiro in tutta questa settimana. Siamo tra erbe alte, l’acqua ed il fango di torba attanagliano le caviglie e i polpacci, i piedi sono eternamente in bilico tra ciuffi d’erba e pozze d’acqua. L’ambiente ricorda i falaschi delle nostre paludi, ma camminiamo lungo il declivio, piuttosto ripido, di una collina. L’erba è alta, dorata, spesso raccolta in grossi, ciuffi, fitti e duri, che ti costringono a camminare alzando la gambe, quasi come una biella, dall’anca e piegando il ginocchio, per consentire al piede di superarli. Scendiamo e saliamo, giungiamo su un’ampia zona piana sulla quale l’acqua ristagna ancora più copiosa. Il cane ferma, rompe, ferma di nuovo, torna indietro; i beccaccini gaelici pedinano veloci come arvicole, “fanno la cavalletta” passando dietro le spalle del cane in ferma per ripartire, poi, in un’altra direzione. Proprio come le quaglie, ma quando decidono di mettersi in ala ti ricordano di essere i Signori della palude e saltano cattivi, scartano bassi a volo radente tra l’erba e le ginestre. Non nascondo ( perché dovrei?) che sui primi non riesco a concentrarmi abbastanza da percepire –il che è fondamentale- il momento del frullo e faccio qualche padella di troppo, poi le cose si normalizzano. Piove pochissimo e solo per qualche minuto, non vale neanche la pena di allacciare la giacca. Anche perché, in considerazione della neve ancora sui monti, ho indossato il nuovo giaccone molto caldo, mentre la temperatura è alta ed il sole picchia molto più del prevedibile. Sono letteralmente un bagno di sudore, tanto che gli occhiali nel taschino della camicia ne sono intrisi. Breve sosta al Pub; una Guinness, un Seafood Chowder(deliziosa zuppa di pesce diffusa in tutto il paese), riprendiamo la caccia fino alle 17. Verso la fine della cacciata, mentre vado a servire il cane sull’ennesimo beccaccino, la gamba destra sprofonda per una buona metà, cado in avanti e, fortunatamente, invece di scardinarmi il ginocchio mi limito a picchiarlo violentemente contro una pietra, che ferma in tempo la rovinosa caduta. Il carniere è consistente, il caldo e la stanchezza si fanno sentire, il ginocchio duole parecchio. Donald si offre di portare il fucile fino alla macchina, mi cede il suo “stick”, torno indietro zoppicando.  
     
  zoppicando  
  torno indietro col ginocchio dolorante  
     
  Sulla via del ritorno traversando un angolo del Killarney National Park scorgiamo a poche centinaia di metri un’Aquila che appollaiata su una roccia scruta la valle,forse alla ricerca dell’ultima preda della giornata. Pietro accosta l’automobile e si avvicina al maestoso rapace; questi tollera l’intrusione per qualche minuto e alcune centinaia di metri, poi s’invola lenta e solenne come un altezzoso Monarca importunato nella Sala del Trono  
     
  aquila  
     
 

Giornata intensa e faticosa, ma non tanto da impedirci di passare di nuovo a casa di John, e fare cameratesca bisboccia con i colleghi francesi. Whiskey, rosso di Borgogna, carne alla brace fanno da contorno ai racconti di caccia. Attorno all’ara pagana di Bacco e Diana ci riconosciamo fratelli uniti dalla meravigliosa passione per cervi e becchilunghi. Prima di andar via, ci mettiamo d’accordo per domani: Donald accompagnerà due di loro, noi andremo a tentare la sorte nei pressi di Glencar, Con un kurzhaar di John, accompagnati da un gioviale e rubizzo giovanottone il cui nome, Paddy, è Irlandese quanto il suo aspetto.

 
     
 

Indosso una tenuta molto più leggera che per praticità in settembre ho lasciato a Pietro nella sua casa di Tralee.. Ottima scelta che mi consentirà, nei prossimi giorni, di non soffrire per la temperatura, sempre superiore ai 10°, con punte ancora più alte nelle ore più calde.

 
     
  Il terreno stamane sembra un po’ meno faticoso, almeno nei primi minuti; ma le tracce frequenti dei cervi Sika lasciano intuire che non si tratta di un pratino da fagiani lanciati. Lasciata l’auto, risaliamo pere alcune centinaia di metri uno stradello, che ci porta su una sorta di pianoro, coperto –manco a dirlo.- di ginestre e grandi rocce. Il kurzhaar parte veloce, si gira di scatto, percepisco un frullo: s'involano insieme due femmine di fagiano, protette 365 giorni l’anno in tutta l’Eire, ed io resto con la doppietta a mezz’aria. Qualche centinaio di metri e la difficoltà del terreno si adegua alla media. Non è tanto molle, per una volta, ma enormi, viscide pietre ed un foltissimo bush, le onnipresenti ginestre spinose, ostacolano continuamente il passaggio, impedendo di procedere in linea retta per più di qualche metro. La vegetazione è alta, fitta e punge maledettamente mani e cosce, seguire il cane e servirlo è un problema di soluzione spesso non facile. Tiro un paio di buone beccacce, sulla seconda che mi esce improvvisamente alle spalle faccio veramente una bella fucilata, niente beccaccini.  
     
   
     
 

Le “Sporting” fanno ottimamente il proprio mestiere, gli animali cadono bene, ma sanguinano parecchio. Probabile effetto della fortissima umidità combinata con la temperatura. Perdo per qualche minuto il contatto con i due compagni, e mi trovo sulle tracce freschissime di un Sika; dalle dimensioni si tratta, verosimilmente, di un grande maschio, Sono tentato di seguirle,ma sarebbe solo una perdita di tempo. La caccia è ancora aperta, ma anche ammesso di poterlo avvicinare a meno di dieci o quindici metri, non gli tirerei mai con la munizione spezzata.

 
  Mi ricongiungo con Pietro e John, torniamo indietro, incontriamo ancora qualche beccaccia ed un’altra fagiana che s’invola, anch’essa inseguita solo dal mesto sguardo del bracco.  
 

La solita, fugace, colazione e di nuovo pomeriggio a beccaccini. Siamo in una grande marcita, il terreno è tra i meno scomodi. Un velo d’acqua ricopre, gran parte del piano Lucenti pozze d’argento brillano nell’erba verde smeraldo ed i bassi cespugli sul bordo dei canali promettono numerosi becchilunghi. Il Kurzhaar, (che in verità la mattina sulle beccacce ha cacciato onestamente, ma senza entusiasmarci) comincia a fare numeri nonostante il vento, forte ed a raffiche, tenda a disperdere l’emanazione. Prende bene vento e terreno, con un solido galoppo sicuro e redditizio. Ecco, rallenta la propria corsa, il collo proteso, la canna a bere l’aria e l’emanazione, e rimane immobile sul bordo di un canaletto. Mi accosto, il beccaccino che ha pedinato veloce frulla fortissimo, gneccando, dietro e di fianco al cane, prende vento, s’impenna, luccica come d’argento nel sole dorato del pomeriggio. Le due fucilate lo salutano festosamente mentre scompare nell’immensa marcita.

 
 

Il Bracco riparte, cerca i selvatici con costanza ed esperienza, ferma solido, guida e risolve su quelli – i più- che pedinano. Il vento rende difficilissimo il tiro, incarnieriamo qualche beccaccino, ma son parecchi quelli che seguitano a solcare indenni i cieli d’Irlanda

 
 

Il giorno successivo, giovedì, pausa. Anche per il sole, che si è nascosto dietro la spessa coltre di nuvoloni color dell’inchiostro; la pioggia, di quella Irlandese DOC che così la fanno solo da queste parti, ci accompagna coi suoi scrosci per l’intera giornata, che dedichiamo allo shopping: meraviglioso burro giallo come lo zafferano per mia moglie, una provvista da rifugio atomico di Irish Breackfast Tea per la mia unica e diletta erede, formaggi locali tanto saporiti quanto misconosciuti, qualche prodotto in calda, ruvida ed impermeabile lana al “Kerry woolmill” Concludiamo la mattinata nell’armeria di Tralee, un negozio molto bello e ben fornito, con prezzi invero allettanti dai quali, manco a dirlo, mi lascio allettare e compero qualcosa di assolutamente inutile, ma conseguentemente altrettanto assolutamente indispensabile (del resto Oscar Wilde, quello di “ so resistere a tutto meno che alle tentazioni”, era di queste parti!)

 
 

Stiamo aspettando un nuovo ospite e ci dirigiamo all’aeroporto di Cork per recuperarlo. Si tratta di Paolo, un medico romano. Conosce bene l’Irlanda, la frequenta anche lui da anni, ma questa è la sua prima esperienza venatoria da queste parti. Ci siamo sentiti in Italia qualche settimana fa, gli ho dato qualche suggerimento su come affrontare la spedizione e mi sembra l’abbia accolto di buon grado. Sia Pietro che io ne abbiamo avuto un’impressione immediata molto positiva, certamente verrà confermata.

 
 

Sbarca all’aeroporto con il figlio adolescente ed il giovane nipote, anche lui medico. I giovanotti restano a fare i turisti a Cork, noi torniamo in zona operazioni. Uno sguardo, una stretta di mano,quattro chiacchiere sulla via del ritorno e siamo già compagni di caccia affiatati come vecchi amici.

 
     
 

Portiamo, ovviamente e doverosamente, Paolo a casa di Jonh; dopo una breve quanto ipocrita scaramuccia accettiamo di trattenerci lì anche stasera. Del resto, gli Irlandesi hanno un senso dell’ospitalità molto spiccato-proprio delle civiltà agricole- un po’ come i nostri meridionali. Se entri nelle loro simpatie, “sganciarsi” da un invito è cosa difficile soprattutto perché rischi che si offendano. Quindi, porgiamo rassegnati il capo al boia e ci sacrifichiamo anche questa volta.. Quattro risate, un pasto da resurrezione, un’altrettanto valida bevuta e, alla fine dell’allegra serata, come al solito, si organizza per l’indomani. Torneremo in Black Valley per le beccacce; ma dobbiamo affrontare una macchia molto dura e vasta, quindi cacceremo per una volta in battuta, con gli springers. E qui necessita una precisazione. Caccio beccacce e beccaccini in Eire da circa dieci anni, e finché non ho conosciuto Pietro, mentre ho visto a lavoro sulle “pizzarde” quasi esclusivamente setters e qualche Kurzhaar, tutti grandi ed equilibratissimi fermatori,, ho potuto verificare che nell’Isola Verde la beccaccia viene cacciata soprattutto col cane da cerca, un po’ per la conformazione dei luoghi e, soprattutto, per tradizione. Ora invece Pietro, a forza di “predicare il verbo” del cane da ferma, è riuscito a modificare in parte, nella cerchia dei suoi amici irlandesi, queste abitudini. Peraltro resta vivissima la tradizione dello springer (ma nelle non lontane contee di Limerick, Clare e Tipperary ho cacciato scolopacidi anche con ottimi Labrador, perfettamente addestrati alla cerca) e una mezza giornata in battuta costituisce un piacevole diversivo.

 
     
 

La mattina successiva il sole è tornato a splendere ( alla fine saranno 4 giornate di caccia senza prendere di fatto acqua, un vero record!). Ci incontriamo a Killorgrin, poi via per il Gap of Dunloe, lungo il quale si trova la Black Valley. Siamo Paolo, Janot, Marcel, un altro francese del quale mi sfugge il nome ed io, oltre allo “staff”, Pietro, Donald ed altre due guide con i cani. La vegetazione è costituita soprattutto da una Quercia a foglia piccola e scura, moto simile al Leccio, da diverse altre essenze che ricordano anch' esse alberi del nostro bosco, ma che non so identificare, e da enormi agrifogli grandi, nodosi e contorti come antichi olivi. La serie di sfumature di verde è infinita; il muschio a volte chiaro, biancastro, luminoso,poi subito più cupo, che adorna il terreno e veste il fusto degli alberi, le sottili foglie quasi nere della quercia, il merletto di quelle chiare e brillanti dell’agrifoglio contornate di crema coprono le colline. Il sottobosco fitto, scuro ed intricato, costituisce rifugio ottimale per cervi, fagiani, lepri e beccacce. Saliamo e ci scaglioniamo lungo la strada che costeggia la macchia, nel camminare numerose tracce di cervo Sika spiccano nel fango, percorrono la strada, la traversano entrano nel bosco e ne escono. Avanziamo, ci fermiamo per poi ripartire al sopraggiungere dei cani e dei battitori per poi fermarci e ripartire di nuovo. Ogni pochi minuti, si sente la voce di Donald “Beccasse, Beccasse”, spesso seguita da una o due fucilate; poi lo scambio concitato di informazioni sull’esito del tiro, la ricerca eventuale del capo abbattuto e si riprende. Nei primi minuti non ho fortuna, un paio di beccacce passa al mio fianco sul capo di Janot e di Marcel, che le incarnierano mentre io rimango col naso nell’aria. Si arriva sul primo cucuzzolo, mi fermo davanti ad una punta di macchia; proprio di fronte a me, alla fine di una netta serie di tracce vecchie, recenti e freschissime, un pertugio nel verde segnala inequivocabilmente il passaggio abituale di un Sika.

 
     
 

La battuta si avvicina, qualcuno avverte le poste col fatidico “woodcoock, woodcock” e finalmente una beccaccia mi esce bassa davanti, mi punta dritta addosso, scarta improvvisa sulla mia sinistra. La vecchia doppietta mi vien su come da sola, la regina è in terra a pochi metri, tra le felci che costeggiano il margine del bosco. Per evitare perdite di tempo ai cani che sono ancora dentro la macchia, ricarico lo schioppo e la vado a recuperare; mentre con la mano destra l’infilo nella cacciatora, eccone un’altra egualmente veloce e bassa. Districo la mano dal tascone, lei gira i tacchi e torna verso la macchia. Una rapida stoccata, traballa per un attimo sembra ferma poi scende col posteriore basso e le ali che vibrano quasi senza battere; qualche secondo, un’altra fucilata e la voce di Janot, vero gentleman, che mi rassicura: “Elle allait mourir, Mauro; Je l’ai seulement arrêté”

 
     
 

I cani si allontanano, di nuovo si avvicinano; improvvisa, sento pochi metri avanti a me la voce di uno springer, particolarmente forte, nervosa, stizzita. D’istinto mi sposto bruscamente di fianco. Dallo stretto passaggio che avevo individuato, esce, gli occhi fiammeggianti,un cervo Sika, passa d’un balzo la strada, lo specchio anale subito scompare nell’intrico di rami e cespugli alle mie spalle. Conoscendo il caratterino di questi piccoli cervidi, sono ben lieto di essermi rapidamente allontanato dal suo percorso di fuga.

 
     
 

Ci muoviamo ancora, scendiamo in basso lungo un più rado boschetto di abeti rossi; volano altre beccacce, spariamo un po’ tutti; anche a me tocca la buona sorte di incarnierarne un’altra che passa sfalchettando sulla cima degli alberi e poi scende veloce mentre le lascio invano la prima fucilata, che doppio subito con migliore fortuna. Torniamo lungo l’altro lato della macchia,sento i battitori “chiamare” le beccacce, qualche sparo, poi me ne viene una abbastanza veloce, un po’ alta ma dritta sul fucile.. Come mi capita a volte quando il tiro si presenta meno difficoltoso, l’aspetto troppo; sparo fuori tempo, e se ne torna, seppure non propriamente tranquilla, nel suo bosco. È la seconda, e sarà l’ ultima, padella a beccacce di tutta la settimana.

 
     
 

Ancora un po’ di strada, si spara ancora un poco. Rallentiamo per cercare una beccaccia abbattuta da Janot, caduta in un tratto di macchia molto forte, poi appena recuperata scendiamo di nuovo verso le automobili. A pochi metri ci fermiamo per un’ultima stretta ; partono alcune regine, una mi viene di traverso, la sbaglio con la prima canna e poi la fermo in aria con la seconda. Marcel, che ha lasciato partire la sua fucilata subito dopo le mie, sorride e mi fa un versaccio irriverente.

 
     
 

Ritrovo Paolo; ha cacciato sempre a qualche centinaio di metri da me, non sta nella pelle. Ha abbattuto anche lui diverse regine(lo vedrò sparare nelle ore successive, col fucile in mano si dà da fare bene anche lui), ed ha visto alcuni cervi, tra i quali un branchetto di cinque, una quantità per lui –che qui c’è stato parecchio in villeggiatura, mai a caccia- assolutamente impensabile.

 
     
 

Pausa pranzo, ci fermiamo come al solito in un pub. Zuppa calda, una stout dalla schiuma cremosa, un piatto di squisito agnello al forno. Salutiamo gli amici francesi, ci vedremo a cena. Loro proseguono con Donald, noi siamo affidati a Terry, un Irlandesone biondo, bianco e rosso, che rivela evidenti tratti comuni con un altro più famoso Celta, Obelix. Con lui Suzy, una deliziosa setterina bianco-arancio di taglia piccola, un pepe dagli occhi vivacissimi.

 
     
 

Siamo sempre nella Black Valley. Sulla sinistra un corso d’acqua, separato dalla strada da poche centinaia di metri della solita erba allagata, mentre alla nostra destra appare una bellissima spalla di macchia. Abbiamo abbattuto sia Paolo che io diverse beccacce, siamo vicini al limite che ci siamo auto imposti; cercheremo beccaccini lungo il torrente.

 
     
 

Scendiamo, Suzy allunga di alcune decine di metri ed è subito in ferma tra l’erba, anche qui alta e giallastra. Parte lungo un beccaccino, la doppietta sale da sola ed io sparo senza guardare le canne, che “so” essere nella direzione giusta; il beccaccino cade sulla seconda fucilata,Paolo e Pietro mi gridano “bravo!”, ho il cuore in gola.

 
     
  Anche Paolo, subito dopo, ne abbatte un altro che Suzy recupera bene dal torrentello. Andiamo avanti così per parecchio tempo. La cagnetta corre veloce nell’erba, ferma, guida, riferma e poi di nuovo guida; a volte rompe per tornare indietro, la sua esperienza le dice che il beccaccino tenta di giocarla “facendole la cavalletta”, rimane di nuovo bloccata. Paolo ed io ci diamo il turno nel servirla, a volte arriviamo insieme al suo fianco, come se cacciassimo insieme da anni spariamo senza fretta, lasciando il tiro all’altro se il beccaccino vola dalla sua parte. Siamo tranquilli, rilassati, sicuri del cane e del fucile e stiamo cacciando nel modo più classico, in uno dei posti più belli del Mondo, uno degli animali che costituiscono l’Università dell’Ars Venandi. Fionn mac Cumhal, il Dio Gaelico della caccia, è con noi. Seguito a tirare assolutamente di stoccata e, cosa che quasi mi stupisce, i beccaccini seguitano a cadere regolarmente, molto spesso sulla prima fucilata. Il buon Paolo non è da meno. Ipotizzo scherzosamente che la Guinness abbia un ruolo determinante in queste performances.  
     
  guinness  
     
  In poche ore ne incarnieriamo diversi, ci avviamo di nuovo all’automobile. E’ parcheggiata lungo un piccolo sentiero, appena sotto la bella spalla di macchia cui accennavo, quando la raggiungo Pietro mi fa un cenno:”dai,un’altra beccaccia la possiamo ancora tirare; ma non esagerare, ché oggi ammazzi tutto quello che vedi” e mi strizza l’occhio.  
     
 

Suzy e Terry-Obelix sono nella macchia a poche decine di metri da me, che cammino nella parte bassa, Paolo insieme a Pietro percorre il margine superiore. La setterina galoppa tra lecci ed agrifogli, spesso coperta dal fitto ed intricato sottobosco. Ad un certo punto, ci accorgiamo che non è più nel nostro raggio visivo. Terry la chiama ripetutamente, senza esito. Iniziamo a ripercorrere avanti ed indietro per alcune centinaia di metri il bordo della macchia, passano molti minuti, ma la Suzy non si vede. Non siamo preoccupati, il terreno non nasconde insidie particolari e in tutta l’Isola (accipicchia che posto!) non esistono serpenti di alcun genere; la cagna - tra l’altro molto collegata con Terry - è certamente in ferma, celata alla nostra vista dalla fitta vegetazione. Passa ancora un po’ di tempo, poi la intravedo mentre “guida” tra i cespugli e si blocca di nuovo. Un breve fischio, un cenno della mano, Paolo si piazza in alto e Pietro che è più in là si dispone anche lui per recuperare il selvatico dopo un’eventuale - ma, onestamente, oggi assai improbabile - padella. Suzy è ora dritta davanti a me, ferma con la coda verso la sommità della spalletta ed il muso nella mia direzione. Tra noi, un fitto groviglio di sottobosco e, arbusti, rami bassi degli alberi. Le canne del fucile sono alte, la sinistra tiene l’astina e la destra è sul calcio, l’indice fuori della guardia dei grilletti, pronto ad ingaggiarli. Il frullo, sempre improvviso anche se lo aspetti da tempo, la sagoma inconfondibile che scende apparendo e scomparendo nella folta vegetazione eccola al pulito; la prima fucilata, la Regina indenne che si impenna, Pietro che si prepara (forse sorridendo sotto i baffi che non ha), il tuono della seconda canna, la fumata di penne. La Beccaccia che cade quasi tra i piedi del Sabaudo, il suo “BRAVO!”, il suo sorriso, omaggio alla Caccia forse più che a me.

 
     
 

È tardi, il carniere delle emozioni certo più importante di quello, pur pingue, della selvaggina, è stracolmo. Ci avviamo chiacchierando verso l’auto, i fucili aperti sul braccio, carichi solo per l’eventualità di un’azione di Suzy che imponga di essere completata dalla fucilata.

 
     
  Siamo felici; abbiamo cacciato in modo classico e “pulito”; per quanto concerne me, ho sparato coi tempi, la “tecnica” ed i risultati di quando avevo molti anni in meno. Paolo ha egualmente fatto la sua parte con costanza, non so come spari e cacci abitualmente, ma qui si è dimostrato un ottimo cacciatore ed un altrettanto valido tiratore  
 

Ce n’é d’avanzo per arrivare a Beaufort, da Jonh, con un sorriso indelebile stampato sul volto. I Francesi sono meno allegri; uno di loro ha un improvviso attacco di febbre e gli altri si son fidati troppo delle loro gambe. Hanno voluto cacciare in montagna con Mist e Donald e la durezza del terreno ha forse creato qualche problema di troppo. Rispondiamo in modo evasivo alle loro domande sul carniere della giornata, ma Janot e Marcel lo leggono nei nostri occhi che brillano e probabilmente ripensano alle beccacce che solo per poco al mattino non sono entrate nel loro tascone.

 
     
 

L’indomani, ultimo giorno di caccia, Pietro mi fa una sorpresa: andremo a beccaccini, ma attorno ad un lago dal quale spesso parte qualche branchetto di Anatre, nei pressi di Killarney. E qui è doveroso un altro chiarimento sulle abitudini venatorie degli Irlandesi. La caccia d’appostamento non è tra le loro grandi passioni; le anatre, tantissime, si cacciano sulla levata e quindi con esiti sempre molto incerti. Sto tentando di convincere Pietro a convincere John perché a sua volta convinca Donald, che dovrebbe parlare con Paddy perché sensibilizzi Darragh … e così via. Impresa che parrebbe disperata, ma lo sembrava nella stessa misura, nel 1998, convincere i miei amici del Clare o qualsiasi Irlandese a cacciare una beccacce Gaeliche col cane da ferma. Non poniamo limiti alla divina provvidenza, alla forza della nostra grande passione ed alla sensibilità venatoria di questa Gente, che vive la caccia con grande sensibilità ed istinto.

 
     
 

Tra parentesi, mi hanno convinto a portare altre cartucce; le mie vanno bene, ma gli animali colpiti fanno effettivamente molto sangue. Quelle che mi propongono le ho già sperimentate a beccacce e beccaccini qui ed in altri terreni Irlandesi, non sono male, cedo alle cortesi insistenze. Ma, non si sa mai, porto con me l’intera riserva di cartucce “romane”

 
 

Arriviamo presto nei pressi di una grande torbiera. A quattro o cinquecento metri da noi –in lieve discesa- c’è un laghetto contornato da vegetazione molto fitta, dal quale prende vita un corso d’acqua a sua volta fiancheggiato da alberi e cespugli. Scendiamo dall’auto e ci separiamo; Pietro e Paolo attenderanno che Tim, la guida Irlandese con la setter Lady, ed io arriviamo all’altezza del lago per scendere anche loro, ma dall’altra parte dello specchio d’acqua. Sento che ci sono le anatre, non possono non esserci, e so  che sarà estremamente improbabile arrivare loro a tiro. Ciononostante mi impongo di non sparare ad altri animali (ma saprò resistere ad un’eventuale leprona?) sin quando la “questione becchipiatti” non sia definitivamente conclusa. L’avvicinamento è lungo e faticoso, ma reso più sopportabile da due germani che nel frattempo arrivano, fanno qualche giro sull’acqua, suscitano fermento in un branco buttato che li richiama a gran voce e scendono anche essi nel laghetto. Piegato per quanto schiena e ginocchia me lo permettono, riesco ad arrivare non visto in prossimità della riva e dare una sbirciata. Un branco di oche Facciabianca nuota tranquillo al centro del laghetto, i germani che prima ho sentito “chiamare” si intravedono a circa cento metri da me, lontani dalle sponde e in posizione tale da non consentire comunque di avvicinarsi a tiro. Rimango fermo qualche minuto ad osservarli, poi qualcosa li mette in ala. Un rauco verso d’allarme, una femmina, il collo proteso e le ali che colpiscono ora l’aria ora la superficie del lago, ciabatta nell’acqua, il branco la segue rumoroso tra candidi spruzzi, si alza in volo cantando, s’illumina nel sole di mille colori ed esce definitivamente di scena. Le oche, la cui stagioni è limitata a pochi giorni in settembre, rimangono a crogiolarsi nel sole tiepido. E’ andata male, ma la caccia è anche questo. Ci ricongiungiamo con Paolo e Pietro, Tim scioglie Lady, che un pochi minuti è sul primo beccaccino. Due anatre tornano sul lago passando appena alte sulla nostra testa; se non ci fosse il cane in azione varrebbe la pena di azzardare la fucilata.

 
     
 

Anche questa cagnetta, bianco-arancio, piccola e vivacissima come Suzy e,come lei, sa bene cosa sia la caccia. Parte veloce, cerca il vento, esplora il terreno, fila, ferma, guida, ferma di nuovo ed aspetta con convinzione di essere servita. La prima beccaccia parte dall’erba alta, compie immediatamente una virata e si tuffa nelle ginestre alle spalle di Paolo, che non fa in tempo a girarsi e tirare prima di me. Pochi minuti, mi ricambia la cortesia su un beccaccino. Pietro si autonomina scherzosamente arbitro in questa amichevolissima tenzone “questa l’ha colpita Mauro” “Paolo, stavolta lo hai anticipato bene” “Mauro, gli hai messo solo un pallino addosso, se non fosse per Paolo ancora volerebbe” e così via. Alla fine decreterà un pareggio, onorevole per entrambi. Andiamo avanti un paio d’ore, gli animali sono diversi, ma io non mi trovo a mio agio con le cartucce. Sono più lente delle mie, anche a causa dei pallini n°8 la rosata da 28 grammi è meno guarnita, scarseggio alcuni beccaccini. Siamo in alto, dalla parte opposta del lago rispetto all’automobile, Lady avventa, fila gattonando schiacciata tra erba alta e ginestre,la coda da un’ultima sciabolata e la setterina resta ferma nell’erba giallastra della torbiera. Paolo ed io l’abbiamo seguita durante l’azione le siamo dietro rispettivamente sulla destra ed sulla sinistra, ci accostiamo senza esitazioni, ma con calma. Sento la voce dell’altro fucile nel preciso momento in cui vedo staccarsi da terra,davanti a me una beccaccia che vola ancora per una frazione di secondo prima che la raggiunga la mia fucilata. Mi giro, Paolo sta fermo in attesa del riporto, Lady torna con un beccaccino tra le labbra. Mentre comincio a chiarirmi le idee sull’accaduto, l’amico sta per chiedermi a sua volta se ho sparato anche io al beccaccino, quando la cagnina recupera anche la mia preda. Ci guardiamo, divertiti e stupiti, ci sorridiamo e ci abbracciamo. Camminiamo ancora un po’ tra l’erba parte una bella lepre, il mio compagno la vede in ritardo e non tira, Paolo sta tra me e l’animale e così non tiro neanche io. Ancora qualche beccaccino, parecchi sono nervosi e partono ai limiti del tiro. Torniamo indietro, mentre col fucile scarico passo un profondo canaletto ecco di nuovo i germani, questa volta a venti metri sul capo; evidentemente non è destino che oggi incarnieri un beccopiatto.

 
     
 

Siamo alla Renault, dove recupero immediatamente le mie cartucce, e ci spostiamo di qualche chilometro; prima per mandar giù un boccone, poi per esplorare una nuova torbiera. 

 
  Arriviamo sul nuovo terreno di caccia; il terreno è molto ondulato, ma pianeggiante nella zona centrale, dalla quale è stata evidentemente estratta la torba; diversi ettari si trovano circa un metro e mezzo più in basso del terreno circostante, e sono delimitati da uno scalino molto netto, che delimita la zona che è stata sfruttata. Evidentemente l’estrazione è stata interrotta da tempo e anche su questa parte più bassa è ricresciuta l’erba.  
  Lady (che con Mist resterà nei miei ricordi come un cane eccellente, tra i migliori che abbia visto in decenni di caccia cacciata) parte subito di galoppo, e dopo pochi secondi è in ferma. La accostiamo, guida, ferma di nuovo. Un’altra breve guidata, la nuova ferma, poi rompe, torna indietro a prendere il vento, di nuovo fila e ferma, guida, ferma, rompe, torna indietro; riprende l’emanazione, ferma; finalmente il bianco delle ali che si aprono, il salto, la fucilata,il piccolo acrobata dell’aria cade nell’erba. Troviamo diversi beccaccini, Lady si comporta superbamente e, per la verità, ci facciamo onore anche noi; pochissimi quelli che vanno via, uno in particolare merita l’onore delle armi. Siamo nella parte bassa della torbiera, quella delimitata dallo “scalino” di oltre un metro. Lady ha appena riportato un beccaccino, riparte, alza il naso, beve il vento, fila, per qualche decina di metri e rimane schiacciata in ferma. Paolo è un po’ lontano, la affianco, quasi immediatamente fa una lunga guidata e ferma di nuovo. Il beccaccino è deciso a non farsi incastrare, torna indietro come da copione e subito Lady, che a sua volta non ha nessuna intenzione di mollare, rompe e torna indietro anche lei, pochi passi ed è di nuovo in ferma. La seguo, questa abilissima setterina, come fossi la sua ombra. La pantomima si ripete almeno due o tre volte, ed alla fine il beccaccino è davvero alle strette. Lei è ferma paralellamente allo scalino, dietro di lei Pietro e Tim, di fianco, un po’ avanti ci sono io e quindi il beccaccino è tra me e lo scalino che in quel punto è alto quasi un metro e mezzo. Ovviamente, data anche la direzione del vento, può partire solo sulla mia sinistra lungo il taglio della torba. Potrebbe anche provare a pedinare di nuovo, ma è ormai troppo “chiuso” e sono quasi certo che si metterà in ala. Ed infatti, salta; ma non, come tutti pensavamo, sulla mia sinistra. Salta ” incredibilmente “a piedi pari oltre lo scalino, lo supera, scarta, offre le ali al vento che ha di traverso, ed è subito ai limiti del tiro. Lascio una sola fucilata (Paolo -sopraggiunto nel frattempo - neanche ci prova ) e mi metto a ridere come un matto, insieme a tutti gli altri. Tim ci guarda sbalordito e non trova di meglio che uscirsene con un “what a son of a bitch” “che figlio di…..” e tutti cominciamo di nuovo a ridere. Cerchiamo e troviamo ancora qualche beccaccino, poi su una collinetta Lady ferma, ma capiamo subito che non si tratta di becchilunghi; infatti, ecco una coppia di fagianelle che frullano veloci come le starne di un tempo. Scendiamo verso un torrentello, Lady rimane di nuovo ferma, frulla un bel fagiano, questa volta un maschio. Brilla dei suoi mille colori metallici, la lunga coda si staglia nella luce del sole ormai basso. La fucilata di Paolo arriva subito prima della mia, che sarà l’ultima della giornata, e dell'avventura.  
     
   
  Da sinistra: Mauro, Pietro con la bravissima Lady e Paolo  
     
 

Torniamo alla piazzola dove abbiamo lasciato la Renault, siamo stanchi quanto soddisfatti. Paolo è felice come un ragazzo, ed io non lo sono meno di lui. Solo un velo di tristezza per la fine di questa meravigliosa vacanza di caccia.

 
  Alla sera, follie; dopo essere passati a salutare John e gli amici Francesi, a cena al Tanker, ristorante famoso per le squisite, piccole e saporitissime ostriche; alle quali vanno a far compagnia un’enorme sogliola fritta, vari tipi di pesce, birra e whiskey (ma non per Pietro, che guida). Ma non basta. Tornati ad Annascault, ci infiliamo in un famoso Pub, il “South Pole” dove il sabato sera alcuni musicisti locali suonano splendida musica tradizionale, non di quella per turisti. Roba che ti mette nei piedi la voglia di cantare e ballare anche quando sei negato per la musica come lo sono io In considerazione del fatto che il pub è di fronte al Bed & Breackfast, possiamo bere quanto vogliamo. Intendiamoci, non ci ubriachiamo mai (a me non succede dall’Università; un numero purtroppo enorme di anni!), ma di sonno ce ne viene davvero parecchio.  
  South Pole  
     
  Al mattino partiamo per Cork, all’aeroporto ci raggiungono il figlio ed il nipote di Paolo. Ci imbarchiamo insieme per Fiumicino. Poche ore di volo e siamo a casa; ma tra le ginestre della Black Valley, nella torbiera di Killarney, e rimasta una parte di noi. E con noi, nella nostra mente e nei nostri spiriti, resteranno per sempre l’ ombra di una beccaccia che sfarfalla nel bush, il saettare argenteo del beccaccino contro i cieli d’Irlanda. Che sono sempre azzurri e splendenti, anche quando a chi non sa leggerne il vero colore. appaiono grigi ed uggiosi.  
     
   
     
 

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