di Mauro Minervini

Foto Pietro Balbo e Mauro Minervini

Veste grafica Lucio M. Balbo

a oltre dieci anni frequento l’Irlanda, come turista e come cacciatore. La conosco, soprattutto la costa Atlantica, tanto da poterla girare tranquillamente nonostante il mio Inglese sia piuttosto primitivo, ho visto angoli sperduti che neanche gli Irlandesi, a volte, hanno ben presenti. Sono abituato alla caratteristica cucina, dove pesce e carne d’agnello la fanno da padrone, e che la mia impareggiabile moglie ha imparato a replicare  in modo eccellente.

Conosco i Pubs dove si gustano le migliori ostriche ed il più saporito “deep fried traditional Cod”, ho imparato ad apprezzare le ruvide Stouts ed il gusto unico dell’Irish Whiskey.

Irish Stew and Stout

Irish Stew and Stout: un classico della cucina Irish

Ho cacciato nei boschi e nelle paludi, nelle valli allagate e sulle ispide montagne, Beccacce, Beccaccini, Anatre Fagiani, Colombi e Lepri. Era ormai maturo il momento di regalarmi (con la scusa della pensione, del TFR, della laurea di mia figlia ed ogni altro più o meno plausibile pretesto) un meraviglioso momento di caccia a palla in quella che considero ormai la mia seconda patria.

Così dall’estate dell’anno scorso mi sono messo in cerca di qualcuno che mi accompagnasse a cervi in Eire.

Mi sono imbattuto (a volte, direi fortunatamente, la fortuna ci vede meglio di quanto non si creda) nel sito web di un Italiano; un giovanotto, Pietro Balbo, uscito da un vecchio stampo di Signore Piemontese. Siamo stati a caccia insieme, a gennaio, Beccacce, Lepri e Beccaccini, per quattro giorni indimenticabili, durante i quali apparivano spesso, evidenti, le tracce del passaggio di Cervi. A questo punto, a primavera, un paio di telefonate, una stretta di mano telematica, raccomandata con i documenti. I primi di settembre arrivano le licenze, il volo è già prenotato. Si parte il 29 settembre, lunedì. La sera alla 10 e 30 sbarco a Cork, i cortesissimi Gardai (i poliziotti Irlandesi) controllano documenti e carabina, ed ecco Pietro in sala d’aspetto. Baci e abbracci, da vecchi amici legati dalla caccia e da questa splendida terra, e via, giungiamo ad Anascault, il paesino della Contea di Kerry dove Pietro fa base. Sono le due di notte.

Anascault Valley

Anascault Valley

Il martedì, manco a dirlo, viene giù un’acqua che solo in Irlanda ancora si chiama pioggia, nel resto del mondo viene classificata probabilmente come prodromo di diluvio universale. Dormiamo fino a tardi, facciamo una colazione tanto gustosa quanto energetica. Nel pomeriggio a Beaufort c’è ad aspettarci John, ex ciclista professionista ed ora validissimo PH, grande scovatore di cervi, lepri e beccacce.

Mauro & John

Con John davanti ad un trofeo di Irish Red Deer

Un giro in auto, diamo una sbirciata a qualche posto, scendiamo, camminiamo per alcune centinaia di metri, troviamo tracce abbondantissime, avvistiamo qualche cervo; è tardi, e la luce è eccessivamente scarsa, anche a causa della pioggia inclemente. A cena, poi a nanna. Il mercoledì dedichiamo mattino e pomeriggio al sopralluogo d’alcuni posti frequentati dal Sika, il cervo Orientale ormai da secoli trapiantato in Eire. Ci accompagna Donald, un giovane Irlandese che pare proprio sapere cosa sia la caccia. Anche lui è stato della partita a Gennaio scorso; a dispetto dell’età è già un cacciatore serio, esperto e sicuro. Difficile una scelta migliore.

Esploriamo diverse zone, tutte molto belle e con evidenti segni di presenze numerose ma Pietro mi dice che il più affascinante posto dove cacciare questo piccolo e sospettosissimo Cervo è, a suo avviso, la Black Valley, sui terreni della famiglia di Donald.

     

Donald

Il Padre di Donald

Donald e suo Padre

Black Valley

  Black Valley  
     
  Ci sono stato per turismo, ci ho cacciato beccacce e fagiani, ho visto le orme dei Sika, ho intuito le loro sagome scure scivolare tra gli abeti e le eriche. So quanto pittoresco, rude ed affascinante sia questo meraviglioso pezzo d’Irlanda, e non ho dubbi: domani cacceremo lì, tra eriche e ruscelli.  
     
  In ricognizione  
  In ricognizione  
     
  La sera si va al Pub, un vecchio famosissimo locale originariamente di proprietà di Tom Crean, membro della sfortunata spedizione di Scott al Polo Sud; e infatti, si chiama South Pole. Fortunatamente è di fronte al B&B che ci ospita, altrimenti, dopo numerosi “giri” di Guinness, sarebbe un’impresa trovare la via del ritorno.  
     
  South Pole Inn  
  Il South Pole Inn  
     
  Pietro ed io partiamo alle sei da Anascault; alle sette siamo a Beaufort, dove ci aspetta Donald, poi ci avventuriamo, ancora a buio, sul Dunloe Gap in direzione della Black Valley. Il paesaggio è tipico del Kerry; meravigliosamente brutale, a volte quasi orrido, la strada si svolge tra le rocce ed i torrenti, con ripide salite e strettissime curve.
Per la maggior parte del percorso la sede stradale non consente il passaggio di due auto contemporaneamente, ne incontriamo alcune nel senso opposto di marcia; uno dei due guidatori cerca uno slargo, a volte in retromarcia, l’altro passa, un breve cenno di ringraziamento e si riprende. La luce dell’alba inizia appena a trasparire tra i monti, i colori ad emergere dal grigio uniforme della notte. L’erba, in questa rara giornata di sole splendente, luccica nelle mille sfumature del verde Irlandese; qua e là biancheggiano, sul fianco della collina, grosse pietre miste ad altre più grigie, quasi nere.
 
  Le pareti sono coperte da duri, scurissimi cespugli. I fiori indaco dell’erica e l’azalea purpurea rompono, a tratti, la sconfinata distesa verde, sulla quale spiccano le bianche macchie delle Black Nose, le onnipresenti pecore da lana, latte e carne.
Ci fermiamo su uno slargo, siamo arrivati.
Scesi dall’automobile, appena sotto il reticolato balza una femmina di Sika, galoppa per trenta o quaranta metri, poi si ferma per guardarci con aria di sfida ( non è un’impressione; mi dicono, addirittura, che a volte i maschi feriti carichino il cacciatore) finché anche il piccolo emerge dall’erba e la raggiunge saltando. Anche lui, minuscolo nero folletto dei verdi prati di Eirin, ci fissa un po’ incuriosito dalla nostra presenza ed  un po’ seccato per il disturbo; restiamo immobili sulla strada, guardandoli per qualche secondo, poi insieme scompaiono compostamente, rapidi ma senza fretta, di nuovo inghiottiti dal verde.
 
     

Dunloe Gap

Black Nose Sheep

  Il Dunloe Gap Black Nose Sheep  
     
  Passiamo la prima recinzione e siamo già in cacciata.
I fili d’argento dei mille torrenti d’Irlanda scintillano ormai al sole e sembra festeggino anch’essi, col loro tintinnio cristallino, l’arrivo inatteso del bel tempo.

Il terreno è cosparso di pietre di ogni misura ed interrotto da decine di piccoli corsi d'acqua, men che ruscelli, e di reticolati, che durante l'avvicinamento non sono poi la cosa migliore che ti possa capitare. Nel procedere bisogna stare attenti a non far rotolare i sassi, ad evitare che, nell’appoggiarvi il piede, provochino rumori o causino tanto rovinose quanto rumorose cadute, a non sciacquettare nell’acqua che è sempre presente, anche nelle
salite più ripide.
 
  La rete metallica dei recinti cigola quando la abbassi per scavalcarla, il filo spinato si abbranca ai tuoi vestiti quando tenti di sgusciarci sotto indenne.  
  Sono pochi minuti che camminiamo, e già la consistenza della popolazione di Sika si rivela straordinaria; Pietro mi aveva parlato di numeri eccezionali, ma non credevo si potesse arrivare a queste concentrazioni. Siamo partiti tenendoci molto alti per controllare più terreno possibile; già dopo alcune centinaia di metri, ecco due femmine in basso e subito dopo un maschietto giovane, che non prendiamo ovviamente in considerazione.  
     

Mille ruscelli

Coppia di Sika

Mille rivoli d'acqua

Coppia di Sika

Poi sulla parte medio bassa, a sinistra del fiume dove si vedono i primi cespugli, nell’erba una macchia nera- più grande delle precedenti- attira la nostra attenzione. Nei binocoli appare un buon maschio, a circa 700 metri da noi; seguitiamo a sbinocolare e sulla destra del fiume praticamente alla stessa altezza, ma molto più elevato sulla collina e molto vicino al bosco, un altro maschio dal trofeo equivalente, ed uno sempre sulla destra a circa 800 metri più avanti, stesso livello di trofeo o forse un po' meno buono, secondo quanto ci dice Donald che conosce questi animali uno per uno. Sostanzialmente i tre maschi costituiscono i vertici di un triangolo di 7/800 metri di lato, tagliato nel mezzo dal fiume che corre a fianco della stradina di fondo valle.  
     
  Canalone  
     
  Il vento è di spalle, pertanto prima di scendere dobbiamo comunque camminare sulla cresta, o quasi, e superare di alcune centinaia di metri il punto dove si trova il prescelto. Il quale “prescelto” è ovviamente, stante la contemporanea presenza di tre maschi apparentemente di analogo pregio, ancora da individuare. Io subito penso a quello sulla sinistra del fiume: l'altro alla stessa altezza è troppo vicino alla macchia e si metterà  forse al riparo spontaneamente, indipendentemente dalla correttezza dell’ avvicinamento; quello lontano a destra è un po’ meno bello, certo il meno agevole da raggiungere e non solo per la distanza: oltretutto ha piovuto moltissimo nei giorni scorsi e passare il fiume -che corre sempre molto violento- potrebbe costituire un problema anche individuando il guado con molta prudenza; inoltre la scelta del passaggio può costringerci ad un giro molto più lungo del necessario, complicandoci le cose ed incrementando le probabilità che i Sika (nomadi impenitenti) abbandonino le arene dove li abbiamo individuati. Decidiamo di oltrepassare di alcune centinaia di metri la linea dei primi due (portandoci praticamente all'altezza del terzo, o poco più oltre ) e poi valutare di nuovo la situazione. Controlleremo sistematicamente gli spostamenti ed eventualmente, se costretti, prolungheremo il cammino sulla parte alta per aggirare anche il più lontano ed accostare poi sottovento.  
  Ci avviamo tenendoci sempre quanto più possibile in alto e compaiono altri due cervi, un maschio con un trofeo invero poco invitante ed una femmina. Gli altri “Stags”, i Cervi Maschi, oggetto del nostro interesse sono ancora nelle zone dove li abbiamo individuati all’inizio.  
  Tra sassi scivolosi, recinti e argentei rivoli d’acqua, camminiamo spediti, ma con circospezione, più di mezz'ora per arrivare al piccolo calanco che può coprirci alla vista dei Sika durante la discesa; una volta in basso dovremo ritornare nelle direzione dalla quale siamo venuti.  
  Il maschio che stazionava vicino al bosco è scomparso come previsto, verosimilmente, a conferma delle previsioni formulate all'inizio, è già al riparo della macchia o dell’ombra dei primi alberi; il primo invece è ancora, all’incirca, dove l'avevamo individuato mezz'ora fa. Il terzo, ora che siamo meno lontani, rivela un trofeo affatto inferiore al primo; il che sconsiglia, ovviamente, di aggiungere alla fatica dell'avvicinamento quella del guado del fiume gonfio di pioggia ed il rischio consistente di un bagno fuori stagione.  
  Decidiamo quindi di chiudere, scendendo al riparo del calanco, verso il primo avvistato che ogni tanto scompare nel "bush" per ricomparire come un fantasma qualche metro più in là, ma senza comunque troppo allontanarsi da quello che parrebbe il centro del suo territorio. Ha un buon trofeo con sette punte ( otto costituiscono il top, anche se si parla di rarissimi trofei con nove o dieci) molto armonico, anche se un po’chiaro e sottile. Non è un palco da medaglia, ma questo – non mi pare vero- mi consentirà di tornare qui l’anno prossimo alla ricerca di qualcosa di più prestigioso.  
  Appare e scompare tra i cespugli, ma non da l’impressione, per ora, di volersi allontanar troppo. Scendiamo, traversiamo ancora un paio di reticolati e di ruscelli; contrariamente alle mie fantozziane abitudini, né lascio brandelli di Goretex sul filo spinato, né appesantisco d'acqua i miei stivali. Mentre ci avviciniamo, compaiono vicino al maschio due femmine; Donald, cresciuto sulla terra sulla quale cacciamo, mi assicura che non sono le stesse che abbiamo visto all'inizio, Pietro a sua volta sussurra di nuovo, compiaciuto, che il giovane Irlandese conosce gli animali della zona uno per uno. Seguitiamo a scendere, siamo ormai all'altezza del Sika, che però riteniamo essere ancora assai lontano, sopravvento in direzione della strada da dove arriviamo,  quando Donald, si affaccia a sbirciare da un grosso cespuglio e dà un balzo all’ indietro "The Stag is here, with the Hindes (il Cervo maschio è qui, con le femmine)" ci informa con un fil di voce, ma non abbiamo alcun bisogno di spiegazioni. Il Cervo, come avviene quando l’avvicinamento è effettuato secondo le regole, non si è allarmato ed a seguitato a muoversi tranquillo nel suo territorio dirigendosi, per buona sorte, verso di noi.   
  A cenni e sussurri, iniziamo organizzare l'azione finale; tentativo complicato, come a volte accade, da una serie di problemi che si susseguono l'uno all'altro. In primo luogo, questo benedetto "giapponese" non si vede; un po' perché è di un mimetismo spaventoso, un po' perché all’avvistamento mi hanno indicato un grossa pietra da usare come appoggio, ed io cerco il Sika nel raggio d'azione che la soluzione suggerita mi consente; fortunatamente capiscono al volo la situazione e mi fanno cenno che no, da lì non lo vedrò mai; mi sposto quindi poco più a sinistra, dove -sempre al riparo del cespuglio- sono finalmente nella giusta visuale. Ci metto, francamente, parecchi secondi a trovare il maschio. All'inizio guardo nella direzione dove da prima ci aspettavamo tutti che fosse, poi finalmente volgo lo sguardo a destra e lo trovo; vedo inizialmente solo le sottili falci, un po' chiare, delle stanghe. Poi, seguendole verso il basso finalmente compare. Li, scuro, scurissimo contro il cespuglio verde cupo, c’è Lui,  il Sika. Non è alto, non è bello; è tozzo, battagliero proprio come ti aspetti che sia un Samurai. E proprio come un Samurai ha lo sguardo fiero e corrucciato,  un' espressione maschia, orgogliosa, negli occhi.  
     
  ... Proprio come un Samurai ha lo sguardo fiero e corrucciato ...  
  Guarda nella nostra direzione. Provo ad appoggiare la carabina, da seduto, sulle ginocchia. Così la conformazione del terreno mi permette di vedere solo erba nell'oculare; sono invece sufficientemente in alto da inginocchiato con il gomito sinistro appoggiato tra femore e ginocchio, ma a causa di un grosso sasso, inclinato e viscido sotto la rotula destra, e del piede sinistro in posizione precaria vedo il reticolo traballare molto più del consentito e rischio non solo di padellare, ma di andare giù di qualche metro al momento dello sparo. Non posso pensare a puntellarmi mentre penso a sparare, rischio appunto una padella clamorosa. Un sussurro, e mi viene in soccorso l'ottimo Pietro, che -tappandosi le orecchie- mi presta la sua spalla. Ora sono all'altezza giusta, il cannocchiale è fermo; ma di nuovo, per un secondo non riesco più a vedere il Cervo. Individuo ancora il tratto crema delle stanghe, che poi seguo fino ad incontrare la bella testa fiera, protesa quasi in segno di sfida a cogliere odori e rumori, gli occhi dall'espressione dura e determinata. In cuor mio, prima e più che emozione, provo soprattutto un enorme rispetto per questo piccolo grande Animale.  
  È sempre di fronte a noi, forse a meno di cento metri. Ho il reticolo centrato sul suo petto, Pietro mormora "aspetta che si giri e tira alla spalla". Io temo che da un momento all'altro scompaia per sempre nel cespuglio, mi sembra parecchio nervoso; del resto gli altri due non hanno la possibilità di studiarne l'espressione come la ho io, che lo sto guardando da qualche secondo (o da qualche secolo?) nelle lenti dello Swarovsky.  
  All'improvviso, gira la testa a sinistra e tende in alto il collo, torce leggermente il busto ampliando di qualche centimetro la zona vulnerabile che mi si offre alla vista. Non esito, carezzo il grilletto, sento il rombo della .264 che echeggia nella valle, e la voce festosa di Donald :” the Stag is down. Well done, Mauro!" Il Samurai è caduto, ma non sconfitto, non lo sarà mai davvero.
A
lui l'onore delle armi.
Pietro si alza, e affida la sua emozione ad un piemontesemente composto, europeissimo Waidmansheil. Ma gli occhi, dietro le lenti, gli brillano come brillerebbero quelli di un “Terrone”.
 
  Aspettiamo qualche minuto, più per prassi che per timore che il Sika si rialzi, poi copriamo senza fretta -che fatica darsi un contegno e non correre sgambettando come un ventenne- la distanza che ci separa da lui.  
  È lì, in terra; la pro hunter da 120 grani ha attinto il bersaglio dove volevo, tra spalla sinistra e sterno, senza sciupare il bell’animale ma realizzando un abbattimento perfettamente pulito.  
  Pensavo che la palla, piuttosto dura, lo avrebbe trapassato uscendo da una delle cosce (la V100 è ancora superiore ai 900 m/s), ma non ci sono fori d’uscita, la palla ha attraversato petto, cavità toracica e gran parte dell’apparato digerente prima di fermarsi. La fama di animale eccezionalmente coriaceo è confermata.  
  Raccolgo, emozionantissimo, un ciuffo di erba irlandese, verde, grassa e profumata, rendo al Cervo l’omaggio del pasto, che Fionn mac Cumhal, il Dio Gaelico della Caccia, lo accolga nei suoi verdi pascoli.  
     
  Le foto di rito  
     
  Pietro Balbo e Mauro con il Sika  
     
  Mauro, Donald ed il Sika  
     
  Donald poi mi porge lo skinner, ed inizio ad accudire la spoglia. Le interiora, come è naturale, tornano alla montagna, cibo per gli animali del bush e del cielo. Le fisime pseudo ecologistiche di certi regolamenti cui siamo abituati nella nostra povera Italia qui non hanno, fortunatamente, diritto di cittadinanza.  
  Dopo averlo lavato nell’ennesimo ruscello, portiamo a valle il nero Sika; arriviamo presto alla casa del padre di Donald, dove ci accoglie l’immancabile tazza di Irish Breackfast Tea, accompagnata da Brown Soda Bread (il pane scuro fatto in casa senza lievito, soffice di bicarbonato), burro squisito e marmellate anch’esse caserecce.  
  Sezioniamo il Cervo, poi i miei amici prendono l’automobile del papà di Donald e vanno a recuperare la nostra, che è sulla strada principale, poco dopo la fine della lunga e ripida salita che porta dal fondo valle alla statale.  
  Passa qualche minuto, sento un motore diesel che si avvicina. È la Land Rover del Roinn “Comhshaoil Agus Rialtais Áitiúil- Irish Department of Environement”, in pratica il Ministero dell’ambiente Irlandese, penso che vogliano controllare le mie licenze.  
  Ne discende un simpaticissimo personaggio, si complimenta per l’abbattimento e mi spiega che è li, avvertito da Donald, per prelevare la parte inutilizzata del Sika. La porterà alle Aquile Dorate del vicino Killarney National Park, dove fa il guardaparco.
Ovviamente, dà per scontato che un Cittadino, anche e soprattutto se cacciatore, sia una persona per bene ed abbia le licenze a posto, quindi rifiuta con un gesto cortese il porta documenti che gli porgo spontaneamente.
Siamo in un altro mondo?
No, siamo semplicemente in un paese dove si presuppone che chiunque ti stia di fronte sia fino a prova contraria una persona corretta ed in regola, non un suddito da guardare comunque con sospetto.
 
     
  Il Guardaparco  
     
  Parliamo un po’ di cervi e di beccacce, poi alla conversazione si aggiungono Pietro e Donald, che hanno recuperato l’auto.  
  La giovane guida Irlandese mi mostra con orgoglio i suoi Setters (con loro abbiamo cercato le beccacce in Gennaio, ed ho visto con i miei occhi di che cacciatori si tratti).  
     
   

All’improvviso, siamo pur sempre nella verde Irlanda ed una ragione per cui è tanto verde c’è, uno scroscio di pioggia ci costringe dieci minuti in casa. Di nuovo una tazza di the, un toast imburrato, un abbraccio di commiato con Donald e siamo sulla strada del ritorno. Mi volto, ogni tanto, a guardare la “mia” Black Valley.

     
  Slàn go fòil - Arrivederci a presto  
  An Dubh Barùn  
     
   
     
     
  ORDINE ARTIODATTILI, FAMIGLIA CERVIDI, SOTTOFAMIGLIA CERVINE,
GENERE CERVO, SPECIE CERVUS NIPPON
 
     
   
     
 

Il Cervo Sika (Cervus Nippon), diffuso originariamente (con diverse sottospecie) in tutto l’est asiatico  è stato introdotto in Irlanda, particolarmente nel sud est dell’isola, oltre  150 anni fa a scopi ornamentali; alcuni animali furono poi messi in libertà o riuscirono a fuggire diffondendosi rapidamente nell’intero Paese. Risultano tra l’altro non rarissimi casi di ibridazione con l’autoctono Red Irish Deer

Adattabilità e resistenza hanno consentito a questo piccolo e vitalissimo cervide di colonizzare boschi, paludi e colline, anche perché il clima Irlandese, fortemente umido e nello stesso tempo mitigato dalla Corrente del Golfo, risulta particolarmente confacente a questa specie presente, peraltro, nelle foreste pluviali dei paesi d’origine.

Il Sika  ricorda un Cervo Wapiti, o American Elk,  ma con dimensioni affatto diverse; la stazza di uno stallone maturo si aggira attorno ai 60 Kg. Si tratta di un animale molto elusivo e diffidente, qualità che ne rendono la caccia, esclusivamente alla cerca, difficile ed affascinante.

Come per gli altri ungulati, le ore migliori  per insidiarlo sono quelle a cavallo dell’alba e del tramonto, in condizioni di luce non eccellenti; peraltro in collina, in zone prevalentemente cespugliate, si può cacciarlo con successo anche durante le ore del giorno.

Udito, vista ed olfatto molto sviluppati e sensibili ne fanno un selvatico difficile ed estremamente ostico rendendo la caccia al Sika una vera sfida per il cacciatore al quale sono richieste doti di grande esperienza e sensibilità venatoria.

Pertanto, il Sika, sia nelle zone d’origine che in quelle -particolarmente  le Isole Britanniche- dove è stato introdotto viene considerato un selvatico molto sportivo; utilizza, a differenza degli altri cervidi, tattiche difensive spesso basate più sull’elevato mimetismo che non sulla fuga;  particolarissima quella di accucciarsi stendendosi sull’addome per ridurre la sagoma a terra. Molti cacciatori che hanno maturato notevole esperienza su Cervi Europei, Britannici, Daini e Sika sostengono che, nel gruppo, la caccia a quest’ultimo sia quella insieme più difficile ed affascinante.

Per quanto riguarda l’arma, ovviamente si impone l’uso di una bolt action; peraltro, nonostante la mole contenuta, la struttura robusta e l’eccezionale resistenza suggeriscono l’uso di una cartuccia performante, senza eccessivo timore di incorrere nel tanto vituperato overkilling.

Verosimilmente il .243 Winchester  costituisce già una buona scelta, ma potrebbe risultare insufficiente in caso di tiri (peraltro improbabili, dato l’habitat tipico) oltre i 150 metri.

Il 264 Winchester Magnum, il .270 o, se vogliamo mantenerci su soluzioni più classiche, il 7x64 Brenneke costituiscono una scelta certamente valida che rimane peraltro obbligata se vogliamo praticare -durante lo stesso viaggio, ma su terreni diversi - anche la caccia al Red Irish Deer

 
     
   
     
   
     
   
     
   
     
   
     
   
     
   
     
   
     


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